Continua in tribunale la guerra tra i produttori di ologrammi

A giugno Rockol riportava la notizia di una battaglia legale, a colpi di querele e controquerele, tra Pulse Evolution e Hologram USA, due aziende concorrenti specializzate nella realizzazione di ologrammi: la prima aveva prodotto quello utilizzato per la performance virtuale di Michael Jackson ai Billboard Music Awards del 18 maggio; la seconda – che aveva in qualche modo aperto la strada alle esibizioni virtuali di artisti defunti fabbricando l’ologramma di Tupac Shakur – sosteneva di detenere una sorta di brevetto esclusivo sull’idea e sulla tecnologia. La vicenda è tutt’altro che risolta, ma intanto Alki David, facoltoso proprietario della Hologram, ha incassato una prima vittoria parziale in California dove un tribunale ha respinto il reclamo della ditta concorrente che lo accusa di avere diffuso tramite un’intervista televisiva alla CNN informazioni false sulla paternità dell’ologramma jacksoniano, attribuendogli l’onere di specificare in cosa consisterebbe il suo millantato credito.Il tribunale ha infatti verificato che durante l’intervista Davis non ha mai sostenuto di essere stato lui a creare l’immagine virtuale della pop star, limitandosi a spiegare metodi e tecnologie utilizzate nell’occasione e a riflettere sui loro possibili usi futuri. Cosicché, scrive nella sua sentenza, “la maggior parte delle dichiarazioni ovviamente false e ingannevoli sono state fatte dalla CNN (o dal suo intervistatore) e non dai convenuti in giudizio”. Non ci sarebbero dunque prove sufficienti a stabilire che Davis fosse a conoscenza delle affermazioni dell’intervistatore o del titolo del servizio prima che questo venisse montato e messo in onda dal network televisivo. Dove Davis potrebbe avere commesso un errore tattico, rileva però Wilson, è stato nel rimettere in circolazione il filmato attraverso i suoi siti Web e il suo account Twitter, così avallando – in sostanza – quanto sostenuto dall’intervistatore e contestato da Pulse Entertainment. Toccherà comunque a quest’ultima, se vorrà portare avanti la richiesta di risarcimento danni da 10 milioni di dollari, dimostrare quando e in che modo l’intervista concessa alla CNN sia stata “ripostata” dal concorrente.

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